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LA GRANDE SCALA - Eccellenze italiane in vintage


Sarah Nicora racconta nel documentario la storia di un teatro e delle persone che ci hanno lavorato, grazie alla "riscoperta" delle interviste di Enzo Biagi.


LA GRANDE SCALA - Eccellenze italiane in vintage
Si entra nel cuore della lirica mondiale con il documentario “La Grande Scala. Vintage” di Sarah Nicora, realizzato con pregevoli materiali d'archivio. La prima cosa che colpisce subito le spettatore affezionato alla “grana retrò”, è proprio la qualità delle riprese di archivio, assolutamente affascinanti. C'è tutta la tv di una volta, quella fatta di attese, di immagini ben calibrate, di due cineprese 16mm nello stesso salotto per intervistare la cantante lirica di turno. Ogni tanto il regista o il programmista di allora, ci svela il backstage, il dietro le quinte del servizio, la troupe, le luci, le domande che un ancora giovane Enzo Biagi pone ai suoi importanti interlocutori lirici.

“La Grande Scala. Vintage” è un’operazione interessante di "assemblaggio" delle interviste di Biagi con gli spezzoni di spettacoli e locandine storiche, lasciando intatte le domande originali del programma dell’epoca. La voce fuori campo, sempre molto ben dosata è di Ferruccio Amendola, le atmosfere sono magiche: siamo nel Tempio assoluto della lirica mondiale. Passano davanti all’obiettivo di Biagi; Muti, Strehler, Pavarotti, Carla Fracci, Rudolf Nureyev e tutti i nomi che hanno fatto grande il teatro lirico del nostro paese.

L’esterno della Scala è visibile solo all’inizio, in una presentazione molto veloce e ben fatta, poi la regista ci porta dentro i camerini, nello spazio sacro degli artisti, dove davanti ad uno specchio e in mezzo alle rose regalate dagli ammiratori, si aprono alle cineprese ( vintage ) questi mostri sacri del bel canto. Aleggia nei corridoi del teatro lo spettro ispiratore di Caruso e la figura indelebile dell’irraggiungibile Toscanini: tutto è affidato alla parola e al ricordo, ma sono momenti di archivio che lo spettatore moderno segue con nostalgia ed interesse per un mondo che forse oggi è scomparso del tutto.

Buona parte del documentario è incentrato sulla figura melanconica ma decisa di Maria Callas. Tutti gli artisti intervistati la ricordano infatti come dolce e fragile a discapito delle cronache che ne raccontavano solo le bizze e gli isterismi da star. Le interviste alla Callas sono rarissime; solo grazie a questi preziosi materiali di archivio possiamo rivedere i suoi occhi profondi e sentire la sua voce al di fuori del palcoscenico, come un film nel film.

Interessantissima, anche, la parte dedicata alla storia de la Scala, dopo i bombardamenti di Milano che risorge dalle macerie per risplendere di nuovo dopo pochissimo tempo. Bravi e preparati i direttori della fotografia e gli operatori di m.d.p di Biagi raggiungono il loro massimo durante il capitolo dedicato alla danza scaligera e quindi inevitabilmente a Carla Fracci. Nel raccontare le “spinazzine” ( ioè in gergo teatrale le giovani allieve ballerine della Scala), il documentario di Biagi si trasforma infatti in una morbida tela di Degas, con eteree figure dietro le quinte, colori pastello e atmosfere da sogno. Bella televisione davvero quella di allora.

"La Grande Scala" è un documentario non certamente originalissimo, ma nel quale si sposano bene due stili di regia, molto distanti nel tempo, ma che per la passione del tema affrontato riescono comunque a dialogare in maniera splendida.

14/02/2015, 17:48

Duccio Ricciardelli