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GIUSEPPE CARRIERI - "Le storie sono dappertutto, ma sono rare"


Nel 2013 il giovane autore napoletano ha ottenuto svariate finali e premi in festival internazionali con ben tre documentari simultaneamente in circolazione, "L'alfabeto del fiume", "Stelle contate sulle dita" e "In utero Srebrenica". Mantenendo uno stile sempre in bilico tra la fredda realtà e la dolce poesia, ha viaggiato con la sua macchina da presa andando dall'India allo Sri Lanka, passando per la Bosnia. Carrieri ha raccontato a Cinemaitaliano.info cosa si cela dietro al suo lavoro.


GIUSEPPE CARRIERI -
A soli 28 anni ha già diretto sette documentari che hanno fatto il giro del mondo e ottenuto importanti riconoscimenti.

Si tratta del napoletano Giuseppe Carrieri, autore dello struggente "In utero Srebrenica", vincitore dell'ultima edizione del Bellaria Film Festival, che nonostante la giovane età dimostra di avere ben salda una precisa idea di cinema, che oscilla tra la fredda realtà e la dolce poesia.
A Cinemaitaliano.info racconta i retroscena di una carriera, ancora breve ma già ricca di soddisfazioni.

Dal 2011 hai diretto sei documentari ed è in uscita una prossima opera. Come si riesce a dirigere quattro lavori in un anno e in genere quanto tempo impieghi a chiudere ogni tuo film?

Si dorme sicuramente molto poco e si corre tanto. In ogni caso, specialmente nel 2012, alcune circostanze hanno fatto sì che io e la mia banda della Natia Docufilm (Nicola Baraglia, Carlotta Marrucci, Giancarlo Migliore e, ultimo arrivato, Matteo Urbinati) ci trovassimo, in poco tempo, di fronte a delle storie che non potevamo mettere da parte. Le storie sono dappertutto, eppure allo stesso tempo sono rare. Capita frequentemente di imbatterci in testimoni e personaggi di cui vorremmo raccontare le gesta o solo i silenzi, ma poi finisce che la vita (la tua e quella degli altri) fugge via togliendoti il respiro, e tu perdi soggetti e dettagli nella corrente in un angolo che non sai più dov'è. Noi, per un frangente, abbiamo respirato poco e corso più di quella corrente.

Nel 2013 sei riuscito ad ottenere un record a dir poco ineguagliabile, ottenere finali e premi in festival internazionali con ben tre doc "In utero Srebrenica", "L'alfabeto del fiume" e "Stelle contate sulle dita". Facendo un bilancio, quali sono stati i momenti più soddisfacenti?

Ci sono tantissimi momenti che mi fanno sbalzare ancora il cuore da una parte all'altra del petto. Non saprei fare un bilancio perché l'aritmetica mi ha fatto sempre intimorire, e poi non si contano i brividi, non si può trovare una proporzione tra la gioia e lo stupore, la felicità e la commozione. Una cosa, però, la posso dire: è sempre bello quando si vince, ma è più bello quando questo avviene assieme a qualcuno. La vittoria di Doha è stata una tempesta, non si può dimenticare quella notte di brillanti blu e sceicchi che ti venivano ad abbracciare sussurrandoti all'orecchio "Viva l'Italia", ma la gioia di Bellaria è stata più forte, perché c'eravamo tutti, e ognuno di noi in quel momento, nella propria incredulità, raddoppiava i battiti di chi gli stava affianco.

Da "Notturno italiano" a "Tu Sali tra le Stelle", da "Stelle contate sulle dita" al corto "L'asino e la Luna". Da dove nasce questa fascinazione per la notte e come mai hai scelto più volte di inserire elementi come la luna e le stelle nel titolo dei tuoi film?

La notte è una scatola magica che contiene il mondo. Non avendo nulla all'infuori di sé, si permette di abbracciare qualsiasi cosa. Raccontarla è impossibile, si può solo lasciare intuire, per questo è perfetta per le immagini. Perché le immagini dovrebbero essere proprio così: una cavità insondabile, aperta, misteriosa, che non ha forma o contorni, che abbraccia tutto, ma non si lascia abbracciare. Forse la ricorrenza dei titoli notturni è solo un mio ingenuo tentativo di procurarmi una definizione del vago, mentre tutto attorno sfuma.

L'India, la Bosnia, lo Sri Lanka. Il tuo è un cinema permeato di poesia e di dolore, di speranza e di memoria, con storie spesso ambientate all'estero. Da dove nasce questa tua esigenza di guardare oltre al tuo territorio?

L'esigenza di uno sguardo altrove nasce dalla necessità della meraviglia. Sono convinto che l'esplorazione sia la modalità più sana e gentile per capire come si possa rinascere mille volte all'interno di una propria vita. In questo senso, la geografia è sì, come dici tu, poesia e dolore, speranza e memoria, ma è soprattutto capacità di ri-creazione. Un termine che, forse, andrebbe proprio inteso come il vecchio intervallo ai tempi della scuola: quel momento in cui esci da qualcosa e ti soffi addosso un tempo nuovo, diverso. Per me visitare il mondo è esattamente questo: è un istante di tempo buono, prima che ritorni a suonare la campanella. Ma nell'intanto sono libero e posso guardare oltre il banco.

La Natia Docufilm è una casa di produzione giovane per anni di vita ed età anagrafica dei componenti. Come nascque l'idea di fondarla e quali sono i progetti su cui state lavorando in questo momento?

La Natia Docufilm è nata a Napoli grazie a mio padre, che ha, in qualche modo, patrocinato con la sua competenza e con la sua passione questo progetto di nomade storytelling poetico. In questo senso gli devo la costruzione di un' ambizione perché io da solo non sarei mai stato capace di pensare anche solo lontanamente a una cosa simile. Per quanto riguarda l'anagrafica, siamo tutti sotto la trentina, ma questo, in sé, non vuol dire molto: diciamo che siamo tutti gente che non si annoia, o che comunque, sa che c'è sempre da fare qualcosa. Questo rimette in circolo, ogni volta, energia nuova e così, anche se i nostri passi sono molto piccoli, ci attacchiamo a ogni singolo buon sorso che facciamo. Per i prossimi progetti, mi piacerebbe costruire una trilogia tutta dedicata alla figura della Donna. Dopo l'amore disperato delle madri, vorrei poter raccontare la storia di una figlia, o di tante figlie unite dalla mancanza di destino. Questo potrebbe essere il secondo tassello... mi piacerebbe, insomma, che anche tra le nostre opere ci fosse un legame biologico, come se in fondo non si stesse solo facendo una serie di documentari, ma piuttosto stessimo tessendo un piccolo nostro patrimonio genetico in continuo divenire.

Il tuo "Verde elementare" sarà certamente protagonista in un importante festival italiano. Puoi svelarci in anteprima qualcosa su questa tua ultima fatica?

"Verde Elementare" non è detto che sarà un film, così come lo è diventato (per caso) "Stelle contate sulle dita". Non è detto che ogni cosa che si giri, diventi un racconto o un documentario finalizzato. Credo, piuttosto, che quanto girato in Sri Lanka possa diventare una galleria. Sì, una galleria di ritratti estemporanei dove, magari tra qualche tempo, mi piacerà trovare un intreccio più o meno ordinato. Per il momento ne coltivo volontariamente quest'aria indefinita, di film che non sa se vuole nascere. E' una storia molto grande quella che si respira al suo interno: è l'ambizione di un popolo che intende ricostruire la propria terra, e in questo senso il verde è solo (apparentemente) elementare perché tutto ciò che d'immenso lo circonda, per quanto monumentale, viene continuamente riportato a seme, sputo, scintilla. In tutte le molecole di vuoto che compongono la rinascita di quella gente, dopo anni di guerra civile, c'è il senso di un battito universale, difficile da spegnere. Una luce sporca, tipica di tutte le cose meravigliose che si svelano, dopo esser state dimenticate. A noi della Natia, in genere, piace essere proprio lì: lì dove qualcosa o qualcuno è stato dimenticato.

19/10/2013, 20:00

Antonio Capellupo