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Presentato al FilmForum di Gorizia il cinema
"personale" ed indipendente dei De Serio


Presentato al FilmForum di Gorizia il cinema
I primi ospiti della sezione dedicata al cinema italiano contemporaneo, all’interno del FilmForum goriziano del 2012, sono stati due fra i più interessanti giovani registi italiani, i gemelli torinesi Gianluca e Massimiliano De Serio. Attraverso la proiezione serale di giovedì 22 marzo e i due incontri pomeridiani dei giorni successivi Gianluca De Serio, in rappresentanza di entrambi, ha presentato il loro primo lungometraggio, "Sette opere di misericordia" (2011), e due dei loro lavori precedenti ovvero "Bakroman" (2010) e "Stanze" (2011).

Un cinema personale il loro, indipendente, che non obbedisce a nessuna regola produttiva e che prende coraggiosamente una direzione totalmente altra rispetto a ciò che siamo abituati a vedere. É questo che sorprende, la volontà e la passione che i due giovani autori mettono nel realizzare queste opere, in bilico fra oggettività e soggettività. “Sperimentazione del linguaggio cinematografico attraverso diversi formati, tecnologie e contesti” ci dice Gianluca De Serio.
I temi dei loro film sono evidentemente legati alla loro biografia in quanto nati nella periferia nord di Torino, e proprio in questi luoghi essi hanno ambientato la storia di "Sette opere di misericordia": una giovane immigrata romena sopravvive grazie a piccoli furti ma, per ottenere documenti falsi, è costretta a fare di peggio; un anziano malato e un neonato saranno le sue vittime anche se nel procedere della narrazione il loro rapporto cambierà radicalmente. E anche i protagonisti degli altri due documentari sono degli emarginati, persone prive di identità: i ragazzi di "strada del Burkina Faso in "Bakroman" e i rifugiati politici somali in Stanze" i quali, da quanto emerso dalle dichiarazioni di De Serio, non sono dei semplici soggetti da riprendere ma persone con le quali i due registi vivono per un periodo di tempo instaurando un’amicizia che prosegue anche dopo la fine delle riprese. Protagonisti all’interno di narrazioni frammentate, opere aperte che devono essere completate dallo spettatore, accompagnate da numerosi cartelli apparentemente didascalici che però si rivelano solo delle tracce.

Notevole lo stile e le tecniche che i De Serio utilizzano, assai vicine al cinéma verité, basti pensare alla registrazione del suono in presa diretta. Tutto è basato sul filmico. Stanze, più una videoinstallazione che un film, è composto soltanto da piani-sequenza fissi che si aprono e si chiudono con lentissime dissolvenze a segnalare, secondo il regista, l’entrata in un mondo onirico e la successiva uscita. In "Sette opere di misericordia" vengono predilette long take prevalentemente fisse così che lo spettatore si trova a contemplare ciò che accade evitando di essere guidato da scelte di montaggio. In "Bakroman", invece, i due fratelli optano per la camera a mano, altra tecnica derivata dal cinéma verité, stando letteralmente a ridosso dei corpi dei ragazzi di strada facendo ancora una volta partecipare direttamente lo spettatore a ciò che accade. Non ci sono mai inquadrature descrittive dell’ambiente in modo da restituire universalmente, secondo quanto dice De Serio, “l’estrema crisi d’identità nella società contemporanea”.

Rilevante la componente sonora: la musica si riduce a frastuoni mentre i dialoghi sono essenziali in "Bakroman" e "Stanze", quasi inutili in "Sette opere di misericordia". Nel primo diventano testimonianza della vita dei ragazzi del Burkina Faso; nel secondo, invece, componimenti poetici sui ricordi dei rifugiati politici per poi diventare le testimonianze nei processi ai gerarchi fascisti legando così Italia e Somalia attraverso la storia colonialistica.
Un cinema sicuramente fuori dal comune quello dei De Serio, in cui prevale la soggettività degli autori, che ha riscosso giustamente numerosi riconoscimenti ai festival ed elogi da parte della critica.

28/03/2012, 17:04

Alex Tribelli