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"Una Sconfinata Giovinezza": l'infanzia, l'amore
e la malattia raccontati da Pupi Avati


"Una Sconfinata Giovinezza", con protagonisti Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri e distribuito dalla 01 Distribution, è un’opera sorprendente e magica, catartica ed emozionante, evocativa ed estremamente struggente; un film da scoprire per riscoprirsi, davvero prezioso.


“Una Sconfinata Giovinezza”, il nuovo film di Pupi Avati, è un’opera sorprendente e magica, capace di rivelarsi anche innovativa, nel percorso del prolifico regista, per la sua capacità di introspezione. Tutta la prima parte del film appare canonica e rigorosa nel narrare il percorso di regressione mentale, ma anche esistenziale, del protagonista; il racconto inizialmente procede in modo almeno apparentemente non eccessivamente caloroso, permettendo certo di partecipare alle sorti di Lino e di Chicca, a tratti anche divertendo, ma allo stesso tempo senza troppo colpire. A questo piano narrativo è però abbinato il racconto dell’infanzia del personaggio principale, scelta che apparentemente non sembra funzionale alla narrazione del presente e risulta, sulle prime, un po’ forzata forse perché troppo tipica della poetica del regista (peccato per alcuni momenti che risultano perlomeno poco fini e che quindi potevano essere evitate). Più o meno dopo un’ora di film Pupi Avati riesce a stupire sconvolgendo il ritmo narrativo a lungo perseguito, rivelando quindi anche le sue intenzioni non ancora dichiarate. Un evento imprevisto sconvolge infatti la struttura narrativa di “Una Sconfinata Giovinezza”, portando maggiormente lo spettatore dentro la storia. Così il vero e proprio viaggio che intraprende il protagonista diventa presto un tragitto anche mentale; in questo modo il regista dà sempre più libero sfogo alle emozioni, approdando ad un finale magico e struggente, estremamente toccante e poetico, capace di ispirare non solo profonde e leopardiane riflessioni ma anche implicazioni metafisiche.

Quando Lino rimane da solo nel bosco e chiama "Perché", il cane che non può rispondere perché deceduto almeno trent’anni prima, sembra di assistere alla sua dolorosa richiesta di una motivazione a quella che è diventata la triste regressione della sua mente e quindi della sua vita. Il fatto che la risposta arrivi, ed arrivi esclusivamente a Lino, non può che fare riflettere riguardo al destino benevolo e sino a quel momento sconosciuto che ha evidentemente pilotato le sorti del protagonista sin dalla sua nascita, ovviamente a sua insaputa.

Senz’altro il regista non poteva chiudere il film in modo più emozionante e catartico, toccante e sentito, profondamente struggente, e solo sui titoli di coda capiamo che Pupi Avati non è forse mai andato così a fondo nella ricercata autenticità delle sue rimembranze. La visione di “Una Sconfinata Giovinezza” lascia una intensa sensazione di benessere e di gratitudine, probabilmente perché la sensibilità dell’autore permette, certo a chi ne è ancora capace, di comprendere quanto può realmente rivelarsi preziosa, unica e non casuale, la propria esistenza, e quindi di quanto ci si può avvertire fieri e lieti di essere ancora vivi, appunto per la liberazione di riscoprire quanto possa risultare magari piacevole perdersi, appunto come il protagonista del film, in un mondo che forse si è dimenticato di noi solo nel contesto della dimensione che conosciamo, ma non si è scordato della nostra presenza da un punto di vista ben più maestoso che, probabilmente non a caso, è proprio quello che ci è ignoto e a cui inevitabilmente aneliamo, più o meno consapevolmente, nel percorso di progressione (o regressione che sia) della nostra vita.

Per quanto riguarda gli interpreti è innanzitutto più che apprezzabile, anche perché coraggiosa, la scelta di invecchiare i propri protagonisti interpretati da Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri, che non mancano mai di essere diretti con cura; è da citare tra gli altri attori almeno Serena Grandi, ben valorizzata e decisamente intonata.

“Con questo film ho lasciato che si rivelasse liberamente il bambino che si agita in me”, ha dichiarato Pupi Avati durante la conferenza stampa. “Con “Una Sconfinata Giovinezza” ho voluto raccontare primariamente del sortilegio della mia infanzia che è la magia che credo sopravviva nella fanciullezza di ognuno di noi se la sappiamo riconoscere e ritrovare. Tutti infatti abbiamo vissuto qualcosa di irripetibile che ci manca più o meno sensibilmente”.

“Quello che rientra nel film sono un po’ tutti elementi sedimentati nella mia memoria che mi si sono riproposti all’attenzione quando sono andato a ricordare certe cose”, ha continuato il regista bolognese. “Volevo includere nella narrazione dell’infanzia del protagonista anche l’idea della resurrezione, proprio perché nel momento della fanciullezza non è solo bello, ma è prima di tutto naturale, pensare che ogni cosa sia possibile. E mi piace ritenere che questo dato di fatto sia reale perché da piccoli siamo ancora a contatto con quell’altrove misterioso dal quale ognuno di noi proviene. Questa idea mi inteneriva molto, e non ho potuto fare a meno di raccontarla”.

05/10/2010, 21:24

Giovanni Galletta