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"Sul Mare": un film sull'amore, ma soprattutto
sul vuoto esistenziale dei giovani


“Sul Mare” di Alessandro D’Alatri è una pregevole opera d’autore, leggera e d’impatto, scomoda e toccante, composta e struggente, capace di raccontare la vita vera. Ed infatti non è difficile amare questo film, forse perché è sin troppo facile rivedersi nei protagonisti.


Il nuovo lungometraggio di Alessandro D’Alatri, prodotto da Alessio Gramazio e Paolo Calabresi Marconi per Buddy Gang e Warner Bros Entertainment Italia, è una interessante e pregevole opera d’autore che lavora sui toni sommessi dell’introspezione, riuscendo a fare anche un quadro nemmeno tanto parziale dei problemi repressi della società dei nostri giorni. A prima vista narra semplicemente di una storia d’amore, in realtà racconta piuttosto direttamente del dramma delle morti bianche e del vuoto esistenziale di due generi di giovani, quelli come Salvatore che provengono da una famiglia umile e sono costretti a sopravvivere lontani da una civiltà in realtà ben presente che li sfrutta senza che se ne accorgono, e quelli come Martina che hanno a che fare con i problemi di chi vive più direttamente nel mondo e in esso non riescono a trovarsi magari perché la follia della società ha già inevitabilmente segnato le loro vite, o forse, molto più semplicemente, perché l’estrazione sociale e la vita in cui sempre hanno vissuto mai gli ha permesso di integrarsi davvero a causa della sana anormalità del loro carattere tutt’altro che omologato.

Alessandro D’Alatri rimane ad osservare i suoi protagonisti con sguardo pudico ma mai assente, capace a tratti di ironia ma soprattutto di partecipazione, riuscendo benissimo a fare in modo che lo spettatore si affezioni ai suoi personaggi. Forse perché il cambiamento imprevisto ma totalizzante che sconvolge Salvatore è un po’ quello che prima o poi tutti abbiamo conosciuto quando il mondo non si è rivelato alla nostra portata; ognuno di noi infatti è un abisso apparentemente normale ma poi incontrollabile e profondo, come il mare nel quale il ragazzo ha sempre nuotato pensando che fosse immune da pericoli imprevisti come i, mai prima davvero conosciuti, sconvolgimenti dell’anima. Di Martina poi, complessa ed imprevedibile, particolarmente inquieta ed insoddisfatta, un vulcano capace di violenza secca ed istintiva ma poi di tenerezza e fragilità, sgomento e poesia, chiusura e disponibilità, pura contraddizione insomma, è impossibile non innamorarsi; ed infatti Salvatore ci casca come ci siamo caduti più o meno tutti. Ma sarebbe stato meglio non caderci? Bella domanda. No, è la risposta che sembra fornire il regista e che verrebbe decisamente voglia di condividere.

I personaggi di contorno sono ben utilizzati, a cominciare dai genitori del ragazzo ed a chiudere con quello dell’amico. Forse sarebbe stato maggiormente interessante approfondire il personaggio di Martina; ma questa scelta avrebbe richiesto una evoluzione più laboriosa della sceneggiatura ed un film quindi ancora più lungo. Se il finale da un lato appare un po’ veloce e non del tutto motivato, dall’altro sembra la chiusura più caratteristica ed originale possibile, l’ulteriore tentativo del nostro cinema più recente di dissolvere il dramma più definitivo in modo leggero, approdando quindi ad accenni metafisici rasserenanti ma non per questo scontati e favolistici.

Alessandro D’Alatri non perde mai di vista la coerenza della narrazione e dello stile tecnico, alternando, senza mai infastidire ma anzi appassionare, poesia e dramma, ironia e descrizione della vita vera. La sceneggiatura ed dialoghi infatti sono molto ben scritti ed i personaggi secondari, come i genitori in particolare, azzeccati perché esattamente esemplificativi dell’italiano medio. Il digitale appare la forma migliore, la più comoda e fotograficamente azzeccata, per rendere una vicenda come quella che il regista porta sul grande schermo con l’aiuto della sceneggiatrice Anna Pavignano, autrice del romanzo “In bilico sul mare”, da cui il film è tratto.

“Di questo progetto”, ha precisato il regista, “mi ha attirato innanzitutto il fatto che sarebbe stato ambientato su un’isola lontana da una umanità “urbanizzata”, e questo mi ha permesso di raccontare come erano gli italiani qualche tempo fa e come quindi, in certi luoghi, sono rimasti tuttora. Ho così potuto anche affrontare in un contesto, e quindi in un modo nuovo, tutte le contraddizioni della nostra epoca, dalla disoccupazione al lavoro nero, dall’immigrazione allo snaturamento di una identità sociale. Lo script mi suggeriva che i due protagonisti non potevano essere due volti noti, ed io stesso non volevo fare un film dove ad ogni inquadratura potesse in un qualche modo pesare il curriculum dell’attore che avevo scelto. Così mi sono andato a cercare questi due giovani e straordinari talenti che sono Dario Castiglio e Martina Codecasa, e con loro ho fatto un bellissimo percorso di formazione. Il personaggio di Salvatore è poi il pretesto per narrare della nostra innocenza perduta che abbiamo dimenticato e che trovo sia fondamentale, per chiunque, riscoprire”.

Anna Pavignano ha raccontato di come l’idea del romanzo sia nata durante una vacanza tra le isole. “Ho conosciuto il vero Salvatore”, ha precisato, “durante un viaggio in barca come quello appunto che il protagonista del film fa fare alle sue clienti, e sono rimasta incantata ad ascoltare la sua storia. Questo ragazzo mi ha raccontato il suo disagio di essere costretto ad abbandonare, d’inverno, la sua passione per il mare a scapito di uno squallido lavoro nero nei cantieri, ma mi ha parlato con rinnovata gioia della sua appagante vita estiva. Ho così iniziato a pensare alla storia del romanzo, e quindi al fatto che la bellezza repressa di una vita simile, solo apparentemente fuori dal mondo, doveva per forza essere portata sul grande schermo”.

02/04/2010, 08:21

Giovanni Galletta