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Michele Trentini: "Nei miei documentari cerco di essere testimone
di alcune persone che vivono con dignità e coraggio"


Michele Trentini, autore dei pluripremiati documentari "Cheyenne Trent'anni" e "Furriadroxus": un filmaker dell’antropologia visuale.


Michele Trentini:
Come è nato il progetto per la realizzazione del documentario "Cheyenne Trent'anni"?
Michele Trentini: L'idea iniziale era quella di realizzare un documentario in due parti, con due persone, un ragazzo e una ragazza che avessero più o meno la mia età e che svolgessero delle attività legate alla montagna e all'ambiente. In quel momento era una mia esigenza. Dopo aver fatto alcune riprese con il primo protagonista, uno scultore che ora è un amico, ho iniziato con Cheyenne, aiutato da Marco Romano, che conosceva già la pastora e che ha vuto un ruolo importante nella realizzazione del film. Nel corso delle riprese mi sono reso conto che il lavoro con Cheyenne sarebbe diventato qualcosa di autonomo, un documentario a sé stante.

Come è entrato in contatto con il mondo di Cheyenne Daprà e come la stessa protagonista ha collaborato al documentario?
Michele Trentini: Un bel giorno io e Marco l'abbiamo raggiunta al pascolo, nei pressi di una piccola frazione della Val di Rabbi. Una valle maestosa, dove il bosco con i suoi odori, rumori e colori, fa da orizzonte. Cheyenne stava chiamando le pecore alla sua maniera: "Op op op op koop koop koop!". Le spiegai le nostre intenzioni e la mie motivazioni e lei si riservò di rifletterci per qualche giorno. Poco dopo mi scrisse un sms: "Giovedì faccio recinti", lasciando intuire che avremmo potuto raggiungerla per iniziare a girare.

Oltre a lei al film ha partecipato solo Marco Romano. Come mai una troupe così ridotta?
Michele Trentini: Marco mi ha chiesto fin da subito di partecipare al progetto; conosceva già Cheyenne e questo ha facilitato le cose. Io sono entrato in contatto con lei nel corso delle riprese ed in realtà per tutti il documentario è stata un'occasione per conoscersi. Abbiamo parlato di questioni che stavano a cuore a tutti e tre e c'è stata fin da subito una grande intesa: qualsiasi altra presenza avrebbe alterato gli equilibri. Cheyenne si è raccontata con sincerità e intensità sorprendenti, cosa che di fronte ad una troupe più numerosa non sarebbe accaduta, ne sono convinto.

Cheyenne è una ragazza in controtendenza con i tempi moderni, schiva, che ricerca la felicità lontano dal mondo. E' un caso isolato o secondo lei è un aspetto che l'uomo dovrà tornare a scoprire?
Michele Trentini: Cheyenne ha parecchi amici, va al bar, frequenta "il mondo". Nel documentario tuttavia abbiamo voluto mettere in primo piano la sua persona, alcuni aspetti del suo lavoro e del suo mondo interiore, che ci sembravano più significativi e che la rendono "in controtendenza", ma anche quelli più universali, che vivono anche altre persone intorno ai trent'anni. In alcune sue affermazioni mi sono specchiato. Ci sono persone ed esperienze che hanno avuto un ruolo importante nella sua scelta: l'infanzia vissuta in un maso di montagna, vicina agli animali; i genitori, che l'hanno educata all'indipendenza. In Germania ha frequentato la scuola steineriana, si è formata frequentando altri pastori e ha fatto la transumante anche in Svizzera; lì il suo lavoro è più diffuso, anche tra le donne. La sua scelta comporta sacrifici ma soprattutto una passione non comune per gli animali e per la natura. Non per forza l'uomo, qualunque uomo, dovrà riscoprire questi aspetti.

Mi ha colpito una frase della protagonista "lavoro con le pecore perchè mi danno un senso di libertà, perchè è un lavoro indipendente". Secondo si può riassumere in questa affermazione la scelta fatta da Cheyenne?
Michele Trentini: È un aspetto importante. Le esperienze lavorative precedenti, come barista, cameriera, accompagnatrice nei maneggi, l'hanno segnata. Ha incontrato spesso datori di lavoro che si sono contraddistinti per l'arroganza. In questo senso il lavoro di pastora l'ha resa indipendente dal controllo quotidiano da parte di qualcuno. Ma per fare il pastore questo non basta, non è solo una questione di libertà. Cheyenne racconta anche le contraddizioni del suo mestiere: ci sono vincoli, viaggiare diventa difficile. Le pecore sono come delle radici, ti aiutano a stare in piedi, ma ti trattengono ben saldamente a terra. In ogni caso per fare il suo mestiere la passione viene prima di tutto e lei ce l'ha: quando parla delle sue pecore gli occhi le si illuminano!

Oltre a Cheyenne l'altro grande protagonista dell'opera è la natura. Come si è avvicinato e cosa ha privilegiato di questo aspetto?
Michele Trentini: Ne sono attratto, è innegabile; è qualcosa da cui la nostra società tende spesso ad allontanarci. Macchine, uffici, computer, televisione, asfalto, ipercoop, palestre, biblioteche, musei... Passiamo sempre meno tempo a contatto con un prato o un bosco, anche se questo potrebbe darci molto. Ma la natura ci comprende e può spazzarci via. Anche Cheyenne, che vive gran parte del suo tempo sui pascoli, ricorda alcuni momenti in cui ha avuto paura, quando è stata colta da violenti temporali senza riparo o quando ha rischiato di finire sotto una slavina. Da parte mia non c'è volontà di idealizzare la natura, anche se con le immagini a volte cerco di coglierne la bellezza. Soprattutto con i campi lunghi cerco di mettere in risalto il fatto che l'uomo è inserito in questa cornice, di cui fa parte, ma che è piccolo piccolo...

Anche nel suo precedente documentario "Furriadroxus" sulla vita di un piccolo paesino della Sardegna, racconta storie di persone umili, lontano dalla vita frenetica, dove l'uomo è inserito perfettamente nella splendida cornice naturale. Che messaggio vuole trasmettere nelle sue opere?
Michele Trentini: Malfatano, luogo che ho conosciuto grazie a Michele Mossa, è suggestivo, a tratti surreale, e questo grazie a una natura incontaminata, benché presenti degli aspetti avversi per chi vive lì tutto l'anno: "C'è sempre vento" e spesso non piove per mesi. Diciamo che in questo e in altri documentari il mio intento, e credo anche quello di chi ha collaborato con me, è stato quello di essere testimone di alcune persone che vivono con dignità e coraggio, per le quali il saper fare con le mani, a stretto contatto con l'ambiente naturale, è ancora un valore. I loro gesti talvolta celano bellezza e i loro racconti sono spesso densi di vissuto. Da loro credo ci sia da imparare.

"Cheyenne Trent'Anni" e ""Furriadroxus" hanno ricevuto molti riconoscimenti nei Festival cinematografici ai quali hanno partecipato. Da cosa dipende il successo delle sue opere?
Michele Trentini: Credo che gran parte del merito sia dovuto all'intensità espressiva dei protagonisti.

Quali sono i suoi progetti futuri?
Michele Trentini: Per fotuna una serie di bei progetti. Ci tengo a dire che con Michele Mossa abbiamo terminato da poco un documentario sulla poesia improvvisata campidanese, "Il Canto Scaltro", che ha ricevuto il Premio Nigra per l'Antropologia Visuale. Con Marco Romano realizzerò un documentario per il Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo e uno in collaborazione con l'Università di Padova. In questi giorni sono invece impegnato nella realizzazione di una serie di filmati monografici nell'ambito di un importante progetto europeo di ricerca antropovisuale sui riti invernali di fertilità, "Carnival King of Europe". In effetti il rapporto uomo-natura è un po' un tormentone!

Per concludere, cosa ne pensa del movimento documentaristico italiano?
Michele Trentini: Nel mio piccolo sento di potermi esprimere in un periodo piuttosto fortunato. C'è molto fermento e anche se la maggior parte delle televisioni snobba il documentario di creazione, ci sono molte opportunità di mostrare le proprie opere partecipando ai festival, di farle conoscere e distribuire attraverso siti internet come il vostro. Ci sono realtà importanti come Doc/it o D,E-R, tanto per fare degli esempi. E grazie all'accessibilità dei "mezzi di produzione" (telecamera e pc) chiunque sia davvero appassionato e abbia un po' di talento può esprimersi e realizzare dei prodotti validi. Finalmente è finito il tempo in cui anche il cinema documentario era esclusiva di pochi, di chi poteva permettersi di frequentare le scuole o di chi aveva le conoscenze giuste. Per questo c'è una grande varietà espressiva, un fermento di idee, festival, siti e iniziative. È un "movimento" fortunatamente un po' anarchico, anche se questo ad alcuni "soloni" mi pare dia fastidio. Certo non son tutte rose e fiori, l'ideale sarebbe che qualche emittente televisiva in più andasse a cercare i documentari nei festival di settore e offrisse un palinsesto interamente dedicato a un certo tipo di documentario. La primavera è alle porte e mi sento ottimista!

25/03/2010, 08:10

Simone Pinchiorri