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Note di regia del documentario "Je suis
Simone (la condition ouvrière)"


Note di regia del documentario
Mi sono chiesto per anni, avendo lavorato per molto tempo su questo testo di Simone Weil, come riuscire ad aprire dei varchi, degli spazi bianchi su un testo così fortemente tracciato, segnato dalla sofferenza, dalla voglia di capire e trovare delle risposte nel rapporto tra chi sfrutta e chi è sfruttato, nella consapevolezza di essere una pedina a cui non è consentito conoscere la struttura dell’intero ciclo. Come mantenere una frammentazione unitaria trasmessa dal testo scritto in forma di note di riflessione ?
Un film che parte dal ventesimo secolo e prosegue nel ventunesimo secolo, respira la schiavitù, quella vecchia e quella nuova. La schiavitù che resta ancora l’unica forma di relazione di quello che viene nominato sistema di sviluppo. L’Ile Seguin (luogo dove è stato girato il film, nella periferia sud di Parigi), l’isola dove si trovava il centro produttivo della Renault, dopo anni e anni di dibattiti su quale trasformazione dovesse subire, diventa ora l’isola dell’arte e della scienza con annesso un complesso di costruzioni per un quartiere residenziale, per nuove famiglie del nuovo ciclo produttivo. Accade, come in tutte le nostre città occidentali, che nei rivolgimenti della produzione capitalistica le città si ripuliscano delle fabbriche per spostarle in altri emicicli. Quel luogo, catapultato nella nuova dimensione immateriale, un luogo carico di sofferenza, di lotte e contrasti, è protagonista di un mutamento e la geografia urbana cambia. Ora però nascono quartieri residenziali della scienza e dell’arte, con famiglie che i manifesti promozionali mostrano come perfette, ideali. Ma nonostante questo nuovo abito patinato, nonostante il cemento che cerca di seppellire la sofferenza e il sangue di chi ha abitato quei luoghi, il dolore continua a incombere a margine della città di oggi. Infatti, come davanti ai cancelli di Auschwitz, “il lavoro rendeva liberi”, anche per gli operai della Renault non c’era altra scelta se non morire di lavoro.
È una perdita di legame che sembra inesorabile, progressiva con quel mondo, quelle lotte, ma l’onda lunga delle parole di Simone Weil, arriva fino a noi. Lei sapeva cosa significa perdere se stessi, smarrire il senso dei gesti più semplici, della propria funzione nella catena generale del lavoro e all’interno della comunità, ecco perché i suoi scritti ci trasmettono la consapevolezza di poterci sottrarre a tutto questo, il desiderio di rientrare fattivamente nelle cose.
Perché solo dall’interno di una società è possibile cogliere ciò che accade, rompere lo schermo della passività che oscura le nostre menti.
Una schiavitù che assume oggi sempre di più le forme del controllo della visione, nella società produttiva dell’arte e della scienza. In questo cataclisma sensoriale è andato distrutto l’atto del vedere, del fare immagine, e il mascheramento dell’orizzonte visivo all’interno dell’ambiente urbano non è che uno dei modi del controllo, attraverso le immagini, cui siamo sottoposti.
Allora ho capito che l’unico modo era lavorare sul leggere la non‐lettura, per giungere ad una espressione tutta da costruire perchè costruita nel senza forma‐sans forme, ‘‘presentare nello stesso oggetto forme molteplici eleva al di sopra della forma. Immagini e parole che riflettono lo stato senza immagini e senza parole. (… Images et mots qui reflètent l’état sans images et sans mots. Simone Weil)’’
Un testo‐corpo, uno spazio‐Ile Seguin ed un gesto fisico. “Riflettono per il fatto che si succedono. Ogni immagine e ogni suono saranno per sé e non per essere collegate obbligatoriamente con le altre immagini. Che si colleghino tra di loro sarà un qualcosa in più, una composizione su più piani, su più superfici piatte molteplici, un ordine senza‐forma e senza gerarchia. La lettura di questi piani molteplici ne darà una lettura dei rapporti in un ordine che non avrà una forma chiusa nella loro unità per elevare lo “spettatore” al di sopra della forma…” (tratto dal libro “Fare immagine” di Fabrizio Ferraro che uscirà nel 2010) Quel luogo, quel tempo, per scivolare nei senza luoghi del lavoro attuale che non sfrutta più la violenza di un tempo costretto ma annienta il tempo stesso (nella durata in cui un essere umano può trovare la sua dimensione di relazione fatta di contrazioni e dilatazioni).
Dopo i film‐studio della tetralogia amatoriale, legati al libro "Breviario di estetica audiovisiva amatoriale", con questo primo film intendo iniziare una nuova indagine che si svilupperà in tre lavori sul nome comune dell’umano.
‘‘Je suis Simone (la condition ouvrière)’’ è il primo di questi film sul nome comune dell’umano, film come atti di vita, con la prerogativa di essere semplici e necessari nello spazio del possibile.

Fabrizio Ferraro