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I Viaggi di Robi

Dichiarazione di Marco Tullio Giordana sul film:
"Quando Sei Nato Non Puoi più Nasconderti"


Dichiarazione di Marco Tullio Giordana sul film:
Una scena del film di Giordana
I miei ultimi film erano tutti ambientati negli anni ’70: "Pasolini", "I Cento Passi", anche gran parte de "La Meglio Gioventù" era ambientata in quegli anni che considero la preparazione, il “laboratorio” dell’Italia che ci ritroviamo oggi. Volevo fare un film sul presente, ho pensato di prendere spunto da uno dei fenomeni che più ci riguardano: l’irruzione dei migranti nella nostra vita. Una delle cose che più ha cambiato la fisionomia delle nostre città e il tessuto delle nostre relazioni. Volevo raccontare la nostra capacità, o incapacità, di affrontare la loro presenza. Ho chiesto a Sandro Petraglia e Stefano Rulli di aiutarmi a sviluppare questa idea. Pensavamo che servisse un punto di vista “innocente”, come di qualcuno che guardasse ai migranti fuori dagli schemi del razzismo o della solidarietà di maniera, uno sguardo senza ideologia. Per questo il protagonista è un adolescente, anzi un bambino, che non ha ancora consolidato il pregiudizio e si ritrova esposto a qualsiasi suggestione. Nella fase delicatissima della crescita, Sandro s’interroga sulla sessualità, sul futuro, su chi sono i suoi genitori. Inizia a essere critico e a non accettare più le cose come gli vengono (o non gli vengono) raccontate.
Abbiamo raccontato poco la provincia e soprattutto il Nord. Del Nord conosciamo solo l’autoritratto vagamente pittoresco fattone dai leghisti. Io sono del Nord, di Crema, una città a pochi chilometri da Brescia. Quel paesaggio, quelle persone, quei tic, li conosco bene e li amo, non ne sono scandalizzato.
Conosco tutte le frustrazioni della gente del Nord, le ingenuità, le volgarità, ma conosco anche la loro grande energia, la voglia di fare, la generosità. Brescia ha fatto i conti per prima coi migranti, si trova in vantaggio su tutto il resto dell’Italia. Ha avuto bisogno degli stranieri per rimpiazzare i suoi operai. Gli italiani non vogliono più andare in fabbrica, senza gli stranieri molte piccole e medie aziende avrebbero dovuto chiudere. Brescia ha dovuto porsi il problema di come accoglierli e integrarli. Senza fatica? Naturalmente no. Con problemi enormi di convivenza e di rigetto. Ma il tessuto della città ha resistito, ha saputo far fronte a questa emergenza. A Brescia il tasso di disoccupazione è del 2%, il più basso d’Europa. Ci sembrava interessante che il nostro Sandro avesse fatto esperienza degli stranieri, che li conoscesse già, che non ne fosse allarmato come uno che se li ritrova in casa per la prima volta.
Sandro vede gli immigranti a scuola, li vede in fabbrica, ma per lui è come se fossero un’estensione dei macchinari, un’appendice del tornio o del banco di scuola. Si intuisce perfino - nel rapporto col compagno di classe Samuel - una sorta di rivalità. Esiste infatti una coabitazione con gli stranieri ma non certo un’integrazione culturale. L’idea che possa imparare qualcosa da loro, che possa averne delle rivelazioni, non lo sfiora nemmeno. Cosa succede se il figlio di un piccolo imprenditore si trova all’improvviso in mezzo al mare senza speranza di salvarsi e viene invece raccolto da un barcone di clandestini? Come raccontare non le solite cose che vediamo in televisione - gli sbarchi, le forze dell’ordine, le organizzazioni umanitarie - ma il loro viaggio, i rischi cui si espongono, le dinamiche innescate dalla loro forzata convivenza.? Naturalmente non m’illudo di essere uno di loro, di saperlo raccontare come potrebbero fare loro. Il mio punto di vista è condannato a rimanere esterno, non può che essere come quello di Sandro, che condivide un pezzo della loro storia ma non è - e non sarà mai - uno di loro.
Tra le fonti: il libro di Maria Pace Ottieri che ha dato il titolo al film, "Migranti" di Claudio Camarca, un piccolo saggio di Giuseppe Mantovani che s’intitola "Intercultura..." e naturalmente il cinema. Per quanto non esplicita c’è un’eco di Germania, anno zero di Roberto Rossellini o de I bambini ci guardano di Vittorio De Sica. La passeggiata finale del ragazzo nella “Corea” milanese è un po’, in orizzontale, la passeggiata che in Germania, anno zero il piccolo Edmund fa in verticale, prima di buttarsi giù. Come ne "La Meglio Gioventù", c’è anche Truffaut – qui citato con un tema musicale composto da Georges Delerue per la La peau douce -, perché pochi come lui hanno saputo raccontare la fragilità dell’adolescenza e i traumi del passaggio verso la maturità.
Per il ruolo di Sandro, il protagonista, c’erano diversi candidati. I ragazzini - se accetti di assecondarli - sono sempre molto bravi. Matteo Gadola aveva forse qualcosa in più. Non so nemmeno se cercare di definire questo qualcosa, non vorrei caricarlo di aspettative quando sarebbe forse più giusto lasciarlo alla sua vita di adolescente, con la musica, la playstation e gli amici. Matteo Gadola ha la struttura morale di un adulto, non di un adulto qualsiasi (ne conosco molti che ne sono privi) ma di un adulto assai responsabile dell’impresa che ha deciso d’intraprendere. È una persona leale e orgogliosa. Non c’è mai stato un momento in cui si sia comportato “da ragazzino”, che abbia fatto un capriccio o si sia trincerato dietro il verde dei suoi anni. Un compagno di lavoro serio, accurato, molto esigente con se stesso. Potrebbe sembrare il ritratto di un piccolo mostro, tutt’altro: Matteo è un ragazzo allegro, socievole, spiritoso e linguacciuto, un grande compagno di lavoro.
Tenevo molto ad Adriana Asti; è stata molto affettuosa ad accettare di comparire solo per pochi minuti. Tenevo molto anche ad Andrea Tidona, mi piace lavorare con attori che conosco bene. Boni non avevo pensato subito di scritturarlo. Gli avevo solo chiesto il favore di venire con me a Brescia a fare da “spalla” nei provini per il ruolo del piccolo Sandro. Alessio è di quelle parti, parla il dialetto, conosce quella realtà anche meglio di me. Mi sono subito reso conto di quanto fosse credibile nella parte del padre, il ruolo sembrava scritto su misura per lui. Michela Cescon l’avevo vista in Primo amore di Matteo Garrone e mi era molto piaciuta, un’autentica rivelazione. Ma dove si nascondono questi attori così sensibili, così capaci di spessore, di profondità? In teatro, ecco dove si nascondono. Mi piace lavorare con gli attori che conoscono il palcoscenico, sarà anche una banalità ma sento che hanno una marcia in più. L’ho scelta senza neanche farle un provino. Ha aggiunto al suo personaggio una vena di follia surreale, inventata da lei, estratta dal suo cappello di prestidigitatrice. Cerco sempre di non imprigionare gli attori, di lasciarli liberi di aggiungere del loro. Un film dovrebbe dare l’idea della vita reale, non della perfetta orditura, dell’artificio del demiurgo, come Minerva che discende dalla testa di Giove. La regia migliore è quella che non si vede.
Nel copione era scritto che i due ragazzi immigranti erano moldavi. Non sono riuscito a trovarne di convincenti e alla fine ho allargato il campo anche ad altre nazionalità. Ho cominciato a vedere albanesi, montenegrini, kosovari, pronto a correggere la sceneggiatura. Alla fine ho scelto un ragazzo rumeno, Vlad Alexandru Toma. Mi sembrava che avesse, oltre al physique du rôle, una sensibilità fuori dal comune, pur non avendo mai recitato prima. Ester Hazan invece è italiana, anche se di padre egiziano. All’inizio ero preoccupato che risultasse credibile nei panni di una piccola rumena. Ma devo dire che fin dai primi giornalieri la sua grazia, così angelica e conturbante, ha convinto subito tutti.
Fin dall’inizio ho pensato di mettere poca musica. Per quanto la consideri un tessuto connettivo straordinario, ho pensato che dovevano aver rilievo i suoni dell’ambiente: il traffico, i macchinari, lo scricchiolìo del legno, il vento, l’aria, il rumore del mare. Ho resistito alla tentazione di usare musica “etnica”, mi sembrava troppo ovvia. Ho usato la musica di altri film: La peau douce di François Truffaut (musica di Georges Delerue) e Lezioni di piano di Jane Campion (musica di Michael Nyman). C’é poi una canzone di Eros Ramazzotti che ha una funzione cruciale: la canticchia Alina sul barcone e fa da guida a Sandro nella fabbrica abbandonata, un po’ come la voce di Doris Day ne "L’Uomo che Sapeva Troppo". Ramazzotti è molto conosciuto fuori d’Italia; è perfettamente plausibile che una ragazzina rumena la conosca a memoria. L’idea è nata durante le riprese. Ho chiesto alla piccola Ester di cantarla tra sé, come se in quelle note si condensassero tutte le illusioni che dalla sua terra l’hanno portata in Italia.

15/02/2007