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Note di regia del film "Saimir"


Il regista Francesco Munzi descrive il film "Saimir".


Note di regia del film
Una scena di "Saimir"
C’è una lunghissima strada che unisce l’aeroporto di Tirana al centro della città.
Le diverse persone che mi hanno accompagnato durante le mie trasferte in Albania, mi hanno raccontato che fino a pochi anni fa quella era una delle più belle strade del paese. Centinaia di alberi delimitavano il percorso quasi a voler dare il benvenuto ai forestieri che arrivavano nel paese via cielo. Chi raccontava, lo faceva con tale nostalgia che quasi si riusciva a vederlo quel percorso, ombroso e ventilato, nella valle circondata da montagne.
Poi la libertà, il crollo dal regime comunista e subito dopo la povertà, feroce.
Tra i tanti scempi e delitti che la fame ha provocato in quel paese, certamente tra i meno gravi, è stata proprio la distruzione di quel bosco. Nei primi anni ’90, in Albania mancava persino l’energia elettrica ed il freddo assediava le città. Serviva legna da ardere. Furono abbattute le centinaia d’alberi che rendevano suggestivo quell’itinerario.
Per quanto mi abbiano convinto che ora questa strada non sia più nulla, io ne conservo un bel ricordo. A me quella via ha portato fortuna. La stavo percorrendo a ritroso per prendere l’aereo che mi avrebbe riportato in Italia. Ero preoccupato. Dopo quasi tre settimane di soggiorno in Albania e di provini nelle scuole di Tirana, non avevo ancora trovato il protagonista del mio film ed il tempo a disposizione era finito. Avevo fatto sì qualche scelta, ma senza convinzione.
Dentro di me, nessuno dei ragazzini incontrati era quello giusto.
Proprio su quella strada, improvvisamente, qualcosa ci obbliga a fermarci. Inchiodiamo l’auto per evitare l’incidente. Contromano, con una moto che faceva andare su una ruota sola, un ragazzino tra i quindici ed i sedici anni, si ferma a due metri dal nostro parabrezza. Era spaventato per il pericolo scampato, come noi, però lo nascondeva bene. Aveva un viso furbo, insolente, ma allo stesso tempo due occhi che rendevano indecifrabili i suoi pensieri e smentivano l’atteggiamento esteriore.
Chiesi alla troupe di fermarci un momento. Dovevo parlare due minuti con quel ragazzino. Accendemmo la telecamera. Due parole. Un’immediata sensazione di sollievo. Ancora non ci credevo, ma avevo trovato Saimir. L’anima ed i personaggi del film li devo ad un mio documentario precedente. In attesa dei finanziamenti per “Saimir”, per un anno intero mi sono dedicato alla realizzazione di un ritratto di una famiglia rom. Il mio obiettivo era raccontare il rapporto tra i figli ed i padri, tra le nuove e le vecchie generazioni, capire qualcosa in più sul modo di pensare di chi è tagliato fuori.
Quasi ogni giorno andavo in un campo nomade romano e facevo nuove conoscenze (in due casi sono diventati anche amicizie) cercando di superare la continua diffidenza e ostilità che incontravo in quel posto. Dopo qualche mese ero abbastanza soddisfatto. Sapevo che la materia era ricchissima e avevo raggiunto un’estrema confidenza con i giovani di quella famiglia. Mi sembrava di carpire i legami affettivi, ma anche gli elementi di tensione che percorrevano i membri dello stesso clan, le mentalità e le reali
difficoltà di chi vive ai margini. Di capire come nascono i comportamenti devianti.
Erano loro a spiegarmi tutto e lo facevano dall’interno, con motivazioni e ragionamenti assolutamente validi e coinvolgenti. Dopo sei mesi avevo assunto il loro punto di vista. Mi sentivo pronto per iniziare le riprese. Mini troupe, tre persone, il minimo indispensabile per assicurare al lavoro uno standard di qualità.
Arrivato alla seconda settimana di riprese ero in preda allo sconforto. Non riuscivo a filmare nulla. Non c’era più niente. Erano tutti spariti. Ma non fisicamente, anzi. Mi avevano assicurato che avrebbero partecipato al documentario ed in effetti erano tutti lì davanti a noi, giovani e vecchi, tutti molto disponibili. Soltanto non erano più loro. Si erano addomesticati, parlavano per frasi già sentite, secondo una retorica predefinita. Insomma, davanti alla telecamera erano fasulli. Avevano paura che i loro racconti fossero strumentalizzati, non vedevano alcuna “utilità” a raccontarsi veramente. Non avevano tutti i torti. Per quale motivo avrebbero dovuto raccontare quello che realmente pensavano, se questo poteva mettere a repentaglio, ad uno sguardo distratto e superficiale, ancora di più la loro reputazione? Diamo un’immagine semplice e rassicurante e tutti saremo più tranquilli. Ho interrotto immediatamente le riprese, di quel materiale non sapevo che farmene, al massimo potevo farci qualche brutta pubblicità progresso.
Per fortuna tutto quello che non c’è stato nel mio documentario che ho presto interrotto e che probabilmente non porterò più a termine, c’è nel mio film Saimir. Ci sono i loro caratteri, le loro emozioni e tutto quello che mi comunicavano quando la macchina da presa era spenta.
Tra la prima versione della sceneggiatura Saimir che era molto più esterna e quella poi effettivamente realizzata c’è di mezzo questo documentario fallito. Perché un individuo diventa un delinquente, inizia a rubare, sfruttare la gente, a non avere più alcun rispetto del prossimo né un sistema di valori cui fare riferimento? Se quello stesso individuo fosse nato da altri genitori sarebbe la stessa persona? E se quei genitori fossero nati in un altro paese, in un ambiente più ricco, più agiato? Questo film nasce anche come tentativo di risposta a questo tipo di domanda, risposta difficilissima, perché concerne il rapporto tra la formazione, l’ambiente, la cultura di un individuo e la possibilità che questo individuo possa contrastare la sua sorte, trovare la forza di essere diverso. Per chi non ha strumenti né alternative per sottrarsi alla battaglia quotidiana per procurarsi il pane, le possibilità di cambiare si riducono moltissimo. Tutto diventa più difficile,
più drammatico.
In questo senso, Saimir compie un gesto eroico. Spezza il legame con quello che suo padre Edmond, chiama con rassegnazione ed indolenza, “il destino”, taglia i legami più forti, quelli familiari che lo proteggono e lo condannano. Sceglie di essere diverso. Nasce. Per una seconda volta, che è la prima, la più importante. Smette di tradire se stesso.
Paga un caro prezzo però: solitudine, un futuro ancora più incerto, la bolla infame di traditore e parricida. Ho fatto un film cercando di soddisfare e stupire me stesso spettatore piuttosto che regista.
E’ il percorso che facevo sin dai cortometraggi, quello di seguire l’istinto, il piacere immediato. Mi sembra la stessa disposizione di chi va in una sala cinematografica per godersi un film. L’istinto in questo caso ti aiuta e ti garantisce nella scelta della storia, degli attori, degli ambienti di ripresa, persino in quella dei tuoi collaboratori. Poi inizia il lavoro faticoso, la strutturazione, l’organizzazione, le limature, i rifacimenti. Ma prima di tutto bisogna seguire il guizzo iniziale.
Ho frequentato la scuola nazionale di cinema, e ho realizzato alcuni cortometraggi.
Quasi sempre i protagonisti dei miei filmetti erano bambini o adolescenti. Me ne rendo conto a posteriori: ho una predisposizione a raccontare attraverso il loro sguardo. Forse perché mi piace filtrare il racconto attraverso personaggi in formazione, che ancora non sono, che stanno diventando. Mi dà l’impressione di avere un‘enorme libertà. E poi c’è un antica dimestichezza che mi avvicina ai bambini: dagli anni del liceo fino a quelli dell’università ho fatto il burattinaio. Ero a disposizione del piccolo pubblico.
Severissimo nello stroncarti, quando non lo avevi convinto e generoso nel gratificarti quando con il tuo spettacolo lo avevi fatto partire lontano. Gli attori professionisti ed i dilettanti assoluti possono mescolarsi bene all’interno dello stesso film. Il padre Edmond è Xhevdet Feri, uno degli attori più conosciuti in Albania, mentre Saimir è un ragazzino che non aveva mai recitato in vita sua. Il nodo centrale del film è il rapporto padre figlio. La difficile comunicazione che separa i due, l’autorità ed il comando che il padre vorrebbe esercitare per sempre sul figlio e la giusta volontà del figlio di liberarsi da questo laccio, di essere se stesso, libero. All’origine del terribile gesto finale, c’è tutto questo e troppi anni di soprusi e di silenzi. Nonostante le apparenze, nonostante il legame e l’affetto che lega i due durante tutto il film, c’è una corrente sotterranea, un sentimento oscuro più potente che porta da tutta altra parte.

Francesco Munzi