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Intervista con i fratelli Mazzieri sul film "Giovani"


Intervista con i fratelli Mazzieri sul film
Luca e Marco Mazzieri
Chi sono i vostri "Giovani"?
Fratelli Mazzieri: I nostri giovani sono Matteo e Juliette, due ragazzi di vent’anni che, forse, assomigliano a tanti altri. Sono nel difficile passaggio tra l’adolescenza e la maturità ed entrambi stanno vivendo l’esperienza decisiva di dover scegliere tra la vita e la morte. Matteo e Juliette scelgono la vita, come estremo atto d’amore, verso la vita stessa, verso gli altri.

Che significa essere "Giovani"? Sono i giovani di oggi o quelli di sempre?
Fratelli Mazzieri: Noi non possiamo capire compiutamente cosa significa oggi essere giovani, per questo durante la scrittura del film abbiamo incontrato diversi ragazzi per cercare di capire meglio le loro esperienze, la loro identità. Abbiamo rilevato, e forse questo nel film emerge, la loro fragilità, impulsività ma anche il loro coraggio, la loro determinazione. Quello che ci ha colpito maggiormente è la netta contrapposizione con il mondo degli adulti, i ragazzi oggi pretendono verità e non compromessi. Pensiamo sia diverso essere giovani oggi, forse anche un po’ più complicato. Ai giovani di oggi è richiesta presenza, efficienza, e forse non hanno il tempo di vivere serenamente le loro emozioni. Quando noi eravamo giovani, circa vent’anni fa, avevamo senz’altro maggior libertà, e probabilmente minori condizionamenti. Nel film è rivendicato il “diritto di essere giovani” , il diritto di agire, di ribellarsi, sentimenti che i giovani di oggi provano e spesso non riescono ad esprimere.

Una donna che non ha più speranze di vivere, una ragazza che non sa se avere un figlio. In lotta contro la morte in lotta per la vita. Nel loro quotidiano i personaggi sono costretti a scelte estreme, le più importanti della loro vita. Perché questi temi?
Fratelli Mazzieri: Il tema del film, non è semplicemente la lotta contro la morte o la lotta per la vita ma, piuttosto, il valore dell'amore. Irene, la madre di Matteo, è ammalata e la sua ultima lotta è la difesa dell’amore che ha provato per l’ex marito, il ricordo dell’unico amore della sua vita. E’ cosciente della sua condizione e chiede al figlio di capirla, di giustificare con amore le sue debolezze, i suoi errori. Matteo invece, per amore, vorrebbe porre fine alla sofferenza della madre e fa di tutto per cercare di compiere questo gesto estremo; e nonostante l’avversione per il padre ha accettato con amore la sua nuova famiglia. Juliette vuole tenere il figlio, dimostrando amore e responsabilità nella rinuncia ad un uomo cinico e privo di sentimenti. Anche gli altri personaggi chiedono e danno amore come Olga, la signora che ospita Juliette e dimostra per la ragazza un amore protettivo, talmente profondo dal riconoscerlo per un gesto. Il valore dell’amore è nel film rappresentato dal coraggio della scelta. I mass media oggi rappresentano i giovani solo ed esclusivamente come protagonisti negativi, oppure li considerano stupidi, banali. Eterni adolescenti incapaci di scegliere, di decidere, di maturare, alla ricerca del facile successo. Noi crediamo che la maggioranza dei giovani siano esattamente il contrario di quello che la tv o i giornali trasmettono. Per questo Matteo e Juliette, i due protagonisti, riescono in un solo giorno a maturare una decisione che condizionerà il resto della loro vita. La nostra esperienza personale è stata determinante, per la scrittura di un progetto che parte dal cuore e non dalla testa. Quello che abbiamo vissuto quindici anni fa, è servito a cambiare il nostro modo di vivere. La perdita di un genitore, genera un radicale cambiamento in un giovane. Quando, dopo tanti anni, abbiamo deciso di raccontare questa storia così vicina a noi, non ci siamo limitati a descrivere il fatto, la perdita di un familiare malato terminale ma abbiamo voluto contrapporre al dramma della vita che finisce la vita che nasce.

Nel vostro primo film I virtuali erano dei giovani sceneggiatori in cerca di storie e si raccontava l'incapacità di raccontare, nel secondo vostro film "Voglio una donnaaa!" era la ricerca disperata di un rapporto e si raccontava l'incapacità di rapportarsi. I vostri personaggi sono ancora degli incapaci?
Fratelli Mazzieri: Ogni film ha una storia a sé, pensiamo che i nostri primi due film hanno segnato il nostro percorso. Ci hanno dato la possibilità di imparare un mestiere e sono due film che non rinnegheremo mai, al contrario li consideriamo per noi determinanti. I personaggi di Giovani sono assolutamente contrapposti ai personaggi dei film precedenti. Matteo e Juliette agiscono, non subiscono. Il tentativo è quello di provare a realizzare film con temi più importanti, forse necessari, per questo i personaggi sono così radicalmente cambiati.

Che cosa pensate dell’eutanasia?
Fratelli Mazzieri: Deve essere una scelta libera, individuale. Non crediamo sia possibile dire “no all’eutanasia, sì all’eutanasia” è difficile rispondere. Matteo, il ragazzo protagonista del film, vive queste contraddizione fino alla fine. Il suo pensiero di eutanasia non è frutto di un progetto, di una riflessione ma di un gesto d’amore.

Che cosa pensate dell’aborto?
Fratelli Mazzieri: E’ la stessa cosa, è una scelta personale. E’ evidente, Chiunque individuo in cuor suo, vorrebbe privilegiare la vita ma questo non è sempre possibile. Eutanasia e aborto sono per noi scelte individuali e il film le racconta attraverso le azioni di Matteo e Juliette, esprimendo la sofferenza che ogni libera scelta produce.

Marco e Luca. Fratelli gemelli fin dalla nascita! Come lavorate insieme?
Fratelli Mazzieri: Confrontandoci, appunto. Accettando, paradossalmente, essendo simili esteriormente, le nostre differenze. Questo lavoro, cercare di fare film, è un lavoro fatto, non solo, da due persone ma da un’equipe di persone. Da un gruppo. Quindi per noi lavorare insieme, significa allargare il nostro lavoro e definire con i collaboratori le scelte di realizzazione. Per Giovani c’è stata una lunga fase di progetto: la sceneggiatura sembrava non convincerci mai, il dubbio maggiore era quello di scivolare nel retorico, nella descrizione patetica del dolore. Ma questo non era il tema del film. E si continuava a scrivere e a riscrivere la sceneggiatura. Giovani ha avuto una genesi del tutto diversa dai precedenti lavori, il fatto di lavorare con le piccole telecamere digitali ci ha consentito di sperimentare una regia ancor più condivisa, più vicina all’idea che ognuno di noi aveva del film.

Parma è la vostra scenografia del cuore?
Fratelli Mazzieri: Parma possiede come altre piccole città italiane le contraddizioni che raccontano il periodo che stiamo vivendo. E’ passato e presente allo stesso tempo. E’ una città ricca d’arte, di cultura, una città aristocratica e, a sua volta chiusa in sé stessa, quasi a riflettersi nella propria bellezza. Ma poi come sta succedendo in qualsiasi altra città esiste anche un’altra Parma, più rude, forse anche più viva, dove il bello lascia posto ad un architettura più dinamica, non nobilitata, popolare. Una città quindi, ideale, per un film fatto di contrasti, dove girare Giovani.

Con Giovani siete tornati a all’autoproduzione. Al cinema fatto in casa. Perché?
Fratelli Mazzieri: Il nostro modo di cercare di realizzare un film è artigianale, è difficile che un produttore che produce cinema nei modi industriali, lo possa approvare. La libertà che l’auto produzione consente, (in questo senso l’utilizzo del mezzo digitale è determinante) è un sistema affascinante ma anche rischioso. La storia che avevamo in mente era necessaria per noi e ci siamo imposti di realizzarla comunque, anche affrontando i rischi imposti da questa scelta.

14/02/2007