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Battista Passiatore  (25/10/2007 @ 15:21)
“Il modo di produzione del cinema è l’anarchia: io spero che possa continuare ancora per un po’, che si possa continuare ancora a fare un po’ d’anarchia con il cinema”. Inizia con questa frase di Marco Ferreri, tratta da un’intervista inedita al grande regista, il film-documentario di Mario Canale che, a dieci anni dalla morte, vuole recuperare la memoria di questo cineasta dimenticato troppo in fretta, del suo straordinario e immaginifico talento. Il sovversivo e compianto cineasta si considerava un pagliaccio, “lupo solitario” entrato casualmente nella Settima Arte per lasciarci poi un segno. Dapprima come produttore (ideato un protocollo cinematografico, vi ospita le future grandi firme italiane, poi inventa il debutto di Antonioni e co-produce Godard), in seguito da regista non disdegnando, a volte, la recitazione. La svolta fu con il successo de “l’Ape regina”, film rimasto bloccato quasi un anno per guai con la censura e quindi tagliato per l’uscita. Problemi sorsero anche con il produttore Carlo Ponti per “l’Uomo dei cinque palloni” - ridotto a episodio da 35’ - o ancora con lo scandalo e le contestazioni provocate da “la Grande abbuffata”. Ma se c’è una cosa che non lo ha mai fermato è stata la paura delle reazioni alle sue opere, che con lucidità pessimista e umorismo nero rappresentano una civiltà in disintegrazione, dove il corpo resta l’unica realtà e alla donna spetta il futuro (considerandosi “al 50% misogino, al 50% femminista”, al mondo femminile ha dedicato diverse pellicole).

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