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MONTEDORO - Elegiaco canto di una terra ferita


MONTEDORO - Elegiaco canto di una terra ferita
Il tassista dice alla signora straniera che parla un italiano stentato:"Questi sono posti magici, una terra di semplici... I contadini accarezzavano la terra con la loro zappa... Adesso sono soltanto dolori, a questa terra martoriata tiriamo il sangue che è nero di colore...".

Benvenuti nelle prime sequenze dell'elegiaco canto che è "Montedoro " (2015), primo lungometraggio di Antonello Faretta che, dopo essere stato ospitato sugli schermi di festival e rassegne di mezzo mondo, inizia ad avere una distribuzione nelle nostre sale.

"Montedoro" (che nella realtà è Craco vecchia, il paese rimasto fantasma dopo la frana di oltre cinquant'anni fa) è un luogo fisico e metaforico della memoria persa, uno Spoon River dove si può cercare tra i morti il respiro di una comunità che esisteva e ora non c'è più.

La storia, narrata da Faretta con uno sguardo di grazia, è ispirata a quella vera di Pia Marie Mann (è lei anche la protagonista del film) la quale, alla morte dei suoi genitori adottivi decide di tornare dagli Stati Uniti a Montedoro per conoscere la sua madre naturale. Quando giunge in questo posto dell'Italia del Sud abbandonato, ferito sì dalla calamità naturale ma così straordinariamente magico, dai pochi abitanti che sono rimasti a popolarlo scopre la verità sulla madre.

Donna generosa e buona che non volle mai lasciare il paese, rimasta vedova subì violenza e per proteggere i suoi due figli li mise in un orfanotrofio di suore dove la bambina (la protagonista) sarà poi venduta ad una coppia di americani. Un film sulle conseguenze di un distacco affettivo, su una ferita del passato che viene riaperta rinnovando dolore, ma "Montedoro" è, al contempo, la storia di un luogo fisico che appare come se non fosse stato mai toccato dal resto del mondo ed inchiodato alla lancetta di un orologio fermo.

Un'opera che ha anche una sua cifra etno-antropologica (il rito del funerale, il taglio del grano, la strozzamento dell'ariete...) e a tratti è come un canto da cui sembra alzarsi il gemito di una presenza soprannaturale.
Antonello Faretta pianta il suo set tra Craco e Aliano, tra calanchi ed ampie distese di grano, insiste con lenti movimenti di macchina sui cui vanno a sovrapporsi, in una suggestiva simbiosi, le musiche originali di Vadeco.

"Montedoro" è uno di quei lavori che non si possono inquadrare in un'unica e netta relazione, infatti può far pensare anche ad un universo favolistico da cui si liberano personaggi fantastici, ma dentro le sue immagini, nella sua storia il tratto realistico (antico e presente) è irremovibile, infatti nella parete di pietre che viene giù nel fotogramma finale vi si può altresì leggere il segno di una lacerazione che sta ben oltre le macerie di un paese in rovina e la storia personale della Mann...

"Montedoro", insomma, è una di quelle pellicole che fanno bene al cinema italiano di questo tempo.

17/03/2016, 08:41

Mimmo Mastrangelo

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